Ilaria Guidantoni Sabato, 11 Aprile 2015
Dal 9 al 26 aprile. Uno spettacolo la cui cifra caratteristica è l’originalità, per il soggetto, per il coraggio di parlare di un tema inattuale eppure pane quotidiano dei nostri tempi, per il modo nel quale è trattato. A tratti scanzonato, “Le Tate” racconta la commedia della vita con il suo gusto dolce amaro, ritraendo il mondo da punti di vista inconsueti: quello delle donne “al servizio di” che crescono figli non loro; in seconda battuta è una storia raccontata dalla parte delle bambine; in terzo luogo da quella delle nonne. Mancano in effetti le protagoniste, le padrone di casa: assenti. Una metafora sulla capacità di stare ai margini della vita degli altri e sulla grande opportunità di questa condizione. Davvero brave le interpreti, versatili in uno scambio di ruoli che si rincorrono.
Società per Attori presenta
LE TATE
scritto e diretto da Alessandra Panelli
con Barbara Porta, Costanza Castracane, Sofia Diaz
videografia Marco Schiavoni
musiche di Poulenc, Scarlatti e Mozart interpretate dalla pianista Marcelle Meyer
Sul palco del Teatro Due di Roma, approda uno spettacolo che vuol essere in grado di toccare le corde emotive di spettatori di ogni età: "Le Tate". Scritto e diretto da Alessandra Panelli ed interpretato da tre attrici capaci di mettersi totalmente in gioco - Barbara Porta, Costanza Castracane e Sofia Diaz - l’operazione parte dal ritrovamento della Panelli, figlia d’arte e lei stessa autrice, attrice e regista, di un diario della nonna materna, Etre Maria Valori, autrice per diletto e pioniera della condizione della donna all’inizio del secolo scorso. “In questi scritti – racconta la regista - mi addentravo in un mondo lontano, scoprendo nella storia della mia famiglia una controversa tessitura di relazioni umane, acredini, non detti, giudizi taglienti misti a slanci affettivi, passioni inespresse, assenze o invadenti presenze, conflitti generazionali. E più leggevo più mi chiedevo cos’è che mi avesse salvata da tutto questo… La risposta è stata semplice: la costante presenza affettiva di una tata”.
La recensione integrale su Saltinaria.it
lunedì 13 aprile 2015
venerdì 10 aprile 2015
Vincent Van Gogh. Un nuovo modo di vedere
Ilaria Guidantoni, 08 Aprile 2015
Milano | Arcobaleno Film Center| Viale Tunisia 11 |Anteprima stampa martedì 7 aprile h 11.00
Trailer qui https://www.youtube.com/watch?v=mqIpCbZqcgk
Nel 125° anniversario della scomparsa dell’artista arriva sul grande schermo il tour cinematografico nel Van Gogh Museum di Amsterdam: un viaggio esclusivo e sorprendente alla scoperta dell’artista che ha rivoluzionato il nostro modo di vedere.
Un’idea interessante e ben riuscita in grado di coniugare la funzionalità didattica con quella emozionale e più raffinata per un pubblico già informato. Il risultato è una docufiction pregevole che alterna il film autobiografico sulla vita di Van Gogh alla visita virtuale al museo di Amsterdam e al viaggio tra i luoghi del grande artista. Uno degli artisti più amati che in vita non fu capito dalla parte di Vincent: l’uomo dietro l’artista, l’uomo per il quale l’arte fu la ricerca di se stesso e del mondo, tra autoritratti e pitture di paesaggio; la vocazione consapevole di essere predicatore religioso e la scelta di diventare artista, inarrestabile nel viaggio dentro se stesso attraverso la sperimentazione del colore. Una ricerca sul colore dell’esistenza finita nel buio.
Il Museo Van Gogh di Amsterdam è una delle gallerie più popolari del mondo e Van Gogh è uno degli artisti più amati di tutti i tempi. Oltre che artista sorprendente, Vincent van Gogh è stato un prolifico scrittore di lettere. Per questo il film ne ripercorre i momenti rivelatori, con la partecipazione straordinaria dell’attore Jamie de Courcey a dare movenze e letture alla corrispondenza dell’artista, soprattutto nelle commuoventi ed illuminanti lettere dedicate al fratello Théo (in Italia le Lettere a Theo di Vincent van Gogh sono pubblicate da Guanda).
Nessun artista nasce dal nulla ma da se stesso e dal proprio mondo familiare e sociale. L’idea di proporre un percorso emozionale dell’arte, non meramente descrittivo e informativo-nozionistico è un esperimento a tappe che ha toccato altri luoghi celebri e interesserà diversi artisti, realizzato da Arts Alliance con il supporto di Sotheby’s. La tappa milanese, in anteprima, che vedrà la proiezione del film in una giornata unica italiana il 14 aprile 2015 – con cinque cinema interessati a Roma – ci racconta un artista lunatico che nei momenti di sconforto e di ira lanciava il colore.
Emile Zola, lo scrittore del Naturalismo francese, chiedendosi chi sia l’artista, risponde che è semplicemente e prima di tutto un uomo che vuole vivere la vita fino in fondo, senza secondi fini, come un bambino; anzi come un artista.
L'articolo integrale su Saltinaria.it
Milano | Arcobaleno Film Center| Viale Tunisia 11 |Anteprima stampa martedì 7 aprile h 11.00
Trailer qui https://www.youtube.com/watch?v=mqIpCbZqcgk
Nel 125° anniversario della scomparsa dell’artista arriva sul grande schermo il tour cinematografico nel Van Gogh Museum di Amsterdam: un viaggio esclusivo e sorprendente alla scoperta dell’artista che ha rivoluzionato il nostro modo di vedere.
Un’idea interessante e ben riuscita in grado di coniugare la funzionalità didattica con quella emozionale e più raffinata per un pubblico già informato. Il risultato è una docufiction pregevole che alterna il film autobiografico sulla vita di Van Gogh alla visita virtuale al museo di Amsterdam e al viaggio tra i luoghi del grande artista. Uno degli artisti più amati che in vita non fu capito dalla parte di Vincent: l’uomo dietro l’artista, l’uomo per il quale l’arte fu la ricerca di se stesso e del mondo, tra autoritratti e pitture di paesaggio; la vocazione consapevole di essere predicatore religioso e la scelta di diventare artista, inarrestabile nel viaggio dentro se stesso attraverso la sperimentazione del colore. Una ricerca sul colore dell’esistenza finita nel buio.
Il Museo Van Gogh di Amsterdam è una delle gallerie più popolari del mondo e Van Gogh è uno degli artisti più amati di tutti i tempi. Oltre che artista sorprendente, Vincent van Gogh è stato un prolifico scrittore di lettere. Per questo il film ne ripercorre i momenti rivelatori, con la partecipazione straordinaria dell’attore Jamie de Courcey a dare movenze e letture alla corrispondenza dell’artista, soprattutto nelle commuoventi ed illuminanti lettere dedicate al fratello Théo (in Italia le Lettere a Theo di Vincent van Gogh sono pubblicate da Guanda).
Nessun artista nasce dal nulla ma da se stesso e dal proprio mondo familiare e sociale. L’idea di proporre un percorso emozionale dell’arte, non meramente descrittivo e informativo-nozionistico è un esperimento a tappe che ha toccato altri luoghi celebri e interesserà diversi artisti, realizzato da Arts Alliance con il supporto di Sotheby’s. La tappa milanese, in anteprima, che vedrà la proiezione del film in una giornata unica italiana il 14 aprile 2015 – con cinque cinema interessati a Roma – ci racconta un artista lunatico che nei momenti di sconforto e di ira lanciava il colore.
Emile Zola, lo scrittore del Naturalismo francese, chiedendosi chi sia l’artista, risponde che è semplicemente e prima di tutto un uomo che vuole vivere la vita fino in fondo, senza secondi fini, come un bambino; anzi come un artista.
L'articolo integrale su Saltinaria.it
Martedì 31 marzo 2015 - Serata conclusiva del Festival film francofono a Roma
Ilaria Guidantoni, 02 Aprile 2015
La malattia e il dolore conquistano:
a "Ghadi" il premio giuria e a "Gabrielle" quello del pubblico.
Sì è concluso il Festival del cinema francofono a Roma iniziato martedì 24 marzo con "Timbuktù", fuori concorso. Il premio della giuria, presieduta da Romano Milano, al film libanese "Ghadi" che ho molto apprezzato, per aver trattato con mano leggera ma non meno efficace l'handicap, la malattia e il dolore. Con lo strumento della favola spinge a riflettere sulle intolleranze, superstizioni e superficialità di un piccolo villaggio del Libano che potrebbe essere ogni luogo umano.
L'articolo integrale su Saltinaria.it
La malattia e il dolore conquistano:
a "Ghadi" il premio giuria e a "Gabrielle" quello del pubblico.
Sì è concluso il Festival del cinema francofono a Roma iniziato martedì 24 marzo con "Timbuktù", fuori concorso. Il premio della giuria, presieduta da Romano Milano, al film libanese "Ghadi" che ho molto apprezzato, per aver trattato con mano leggera ma non meno efficace l'handicap, la malattia e il dolore. Con lo strumento della favola spinge a riflettere sulle intolleranze, superstizioni e superficialità di un piccolo villaggio del Libano che potrebbe essere ogni luogo umano.
L'articolo integrale su Saltinaria.it
Il Festival del film francofono di Roma presenta “Mammejong”
Ilaria Guidantoni Giovedì, 02 Aprile 2015
Sabato 28 marzo 2015 alle 17.00
Incontro con il regista e l’attore protagonista
Di Jacques Monitor con Max Thommes, Myriam Mulle e Mja Juric
Lussemburgo 2014
Istitut français centre Saint Louis, Largo Toniolo
Un film che scava ancora nei rapporti familiari complessi, toccando il lato oscuro dell’affettività e della sessualità, come il ricatto dei sentimenti in nome dell’affetto e della dedizione. Un’ambientazione nella noia e nel degrado di una piccola cittadina nordica restituiscono un quadro desolante e allo stesso tempo claustrofobico del dolore subito che diventa castrazione altrui fino alla metafora della liberazione e della rinascita che solo la fuga può garantire. Lavoro complesso e molto ben interpretato da tutti gli attori protagonisti. Duro e senza sconti, senza limature; senza concessioni al sogno e alla dolce. Un film che va digerito e sul quale riflettere.
I francesi sul tema del fils à maman, del cocco di mamma in versione noir – questa la traduzione del titolo – ne avrebbero fatto un film morboso, intrigante, con qualche concessione all’estetismo e perfino ammiccante. Come non immaginare una Isabelle Hupert? Ma qui siamo in Lussemburgo: la scelta è acuta, asciutta e senza ornamento. Non ci sono bellezze conturbanti magari anche se nella miseria. Nulla è lasciato al sogno, perfino le scene di sesso – ché di erotismo non si può parlare – sono scabre, non volgari; anzi perfino allegre. Sono certamente scene d’amore, ma dure.
“Mammejong” è il primo lungo metraggio di Jacques Monitor, uscito nelle sale in Lussemburgo lo scorso gennaio. Con una certa esperienza nel corto metraggio e nelle tematiche drammatiche, il regista si misura con tema arduo. In effetti ci ha raccontato che l’idea nasce da una storia più complessa perché il solo rapporto madre-figlio sembrava un pretesto troppo “piccolo” per far decollare un film: poi è stato fatto un lavoro graduale di riduzione dei personaggi e delle tematiche, così come di concentrazione.
L'articolo integrale su Saltinaria.it
Sabato 28 marzo 2015 alle 17.00
Incontro con il regista e l’attore protagonista
Di Jacques Monitor con Max Thommes, Myriam Mulle e Mja Juric
Lussemburgo 2014
Istitut français centre Saint Louis, Largo Toniolo
Un film che scava ancora nei rapporti familiari complessi, toccando il lato oscuro dell’affettività e della sessualità, come il ricatto dei sentimenti in nome dell’affetto e della dedizione. Un’ambientazione nella noia e nel degrado di una piccola cittadina nordica restituiscono un quadro desolante e allo stesso tempo claustrofobico del dolore subito che diventa castrazione altrui fino alla metafora della liberazione e della rinascita che solo la fuga può garantire. Lavoro complesso e molto ben interpretato da tutti gli attori protagonisti. Duro e senza sconti, senza limature; senza concessioni al sogno e alla dolce. Un film che va digerito e sul quale riflettere.
I francesi sul tema del fils à maman, del cocco di mamma in versione noir – questa la traduzione del titolo – ne avrebbero fatto un film morboso, intrigante, con qualche concessione all’estetismo e perfino ammiccante. Come non immaginare una Isabelle Hupert? Ma qui siamo in Lussemburgo: la scelta è acuta, asciutta e senza ornamento. Non ci sono bellezze conturbanti magari anche se nella miseria. Nulla è lasciato al sogno, perfino le scene di sesso – ché di erotismo non si può parlare – sono scabre, non volgari; anzi perfino allegre. Sono certamente scene d’amore, ma dure.
“Mammejong” è il primo lungo metraggio di Jacques Monitor, uscito nelle sale in Lussemburgo lo scorso gennaio. Con una certa esperienza nel corto metraggio e nelle tematiche drammatiche, il regista si misura con tema arduo. In effetti ci ha raccontato che l’idea nasce da una storia più complessa perché il solo rapporto madre-figlio sembrava un pretesto troppo “piccolo” per far decollare un film: poi è stato fatto un lavoro graduale di riduzione dei personaggi e delle tematiche, così come di concentrazione.
L'articolo integrale su Saltinaria.it
mercoledì 1 aprile 2015
Nel tempio di Elefantina - Teatro 8 Studios, ex Stabilimenti Cinematografici De Paolis (Roma)
Ilaria Guidantoni, 31 Marzo 2015
Un nuovo spettacolo di Raffaele Curi per gli “Esperimenti di Quaresima” della Fondazione Fendi con Domiziana Giordano, performance nella quale il pubblico, in piedi, è immerso per un’ora in un clima sospeso tra anamnesi mitica e post-moderno: dallo Zoroastrismo ai miti della fertilità, alla vita violenta e aggressiva contro le donne dell’India di oggi. Immagini e parole che scorrono su uno schermo a tutta parete; personaggi muti e nudi su una passerella appesa, fino alla celebrazione della vita, dell’uovo sacro, prima che sia troppo tardi, al di là degli schemi e delle regole.
NEL TEMPIO DI ELEFANTINA
“Esperimenti di Quaresima” della Fondazione Fendi
un nuovo spettacolo scritto e diretto da Raffaele Curi
con Brenno Placido, Federico Le Pera, Massimo Giammarco, Andrea Fachinetti, Valentina Beotti, Giulia Galiani, Laura Gigante, Chiara Poletti, Viola Viu
e con Domiziana Giordano
Un esperimento rivolto esplicitamente ad un pubblico emotivamente maturo, come recita l’invito. Certamente aperto, non potrei dire all’insolito, ché ormai nel teatro contemporaneo i nudi sono più dei vestiti. In un loft immenso, nero, immerso nella semi-oscurità il pubblico attende in piedi: sullo sfondo uno schermo gigante, ventidue metri per dieci, e un palcoscenico-passerella che divide in due il Teatro 8 degli Studios, ex stabilimenti cinematografici De Paolis, sulla Tiburtina. "Nel tempio di Elefantina", il nuovo spettacolo scritto e diretto da Raffaele Curi per gli "Esperimenti di Quaresima" della Fondazione Alda Fendi, si presenta così durante le prove. Il pubblico potrà vederlo gratis, con prenotazione telefonica, per quattro sere, da lunedì 30 marzo a giovedì 2 aprile.
Sulla passerella immobile una fila di uomini, sik, vestiti di bianco dai turbanti colorati, immobili. Con la musica muovono passi e sfilano mentre sagome di elefanti scorrono sullo schermo.
La recensione integrale su Saltinaria.it
Un nuovo spettacolo di Raffaele Curi per gli “Esperimenti di Quaresima” della Fondazione Fendi con Domiziana Giordano, performance nella quale il pubblico, in piedi, è immerso per un’ora in un clima sospeso tra anamnesi mitica e post-moderno: dallo Zoroastrismo ai miti della fertilità, alla vita violenta e aggressiva contro le donne dell’India di oggi. Immagini e parole che scorrono su uno schermo a tutta parete; personaggi muti e nudi su una passerella appesa, fino alla celebrazione della vita, dell’uovo sacro, prima che sia troppo tardi, al di là degli schemi e delle regole.
NEL TEMPIO DI ELEFANTINA
“Esperimenti di Quaresima” della Fondazione Fendi
un nuovo spettacolo scritto e diretto da Raffaele Curi
con Brenno Placido, Federico Le Pera, Massimo Giammarco, Andrea Fachinetti, Valentina Beotti, Giulia Galiani, Laura Gigante, Chiara Poletti, Viola Viu
e con Domiziana Giordano
Un esperimento rivolto esplicitamente ad un pubblico emotivamente maturo, come recita l’invito. Certamente aperto, non potrei dire all’insolito, ché ormai nel teatro contemporaneo i nudi sono più dei vestiti. In un loft immenso, nero, immerso nella semi-oscurità il pubblico attende in piedi: sullo sfondo uno schermo gigante, ventidue metri per dieci, e un palcoscenico-passerella che divide in due il Teatro 8 degli Studios, ex stabilimenti cinematografici De Paolis, sulla Tiburtina. "Nel tempio di Elefantina", il nuovo spettacolo scritto e diretto da Raffaele Curi per gli "Esperimenti di Quaresima" della Fondazione Alda Fendi, si presenta così durante le prove. Il pubblico potrà vederlo gratis, con prenotazione telefonica, per quattro sere, da lunedì 30 marzo a giovedì 2 aprile.
Sulla passerella immobile una fila di uomini, sik, vestiti di bianco dai turbanti colorati, immobili. Con la musica muovono passi e sfilano mentre sagome di elefanti scorrono sullo schermo.
La recensione integrale su Saltinaria.it
Anteprima Stampa di VINCENT VAN GOGH. Un nuovo modo di vedere
Anteprima Stampa di
VINCENT VAN GOGH.
Un nuovo modo di vedere
Milano | Arcobaleno Film Center| Viale Tunisia 11 |Martedì 7 aprile h 11.00
Nel 125° anniversario della scomparsa dell’artista arriva sul grande schermo il tour cinematografico nel Van Gogh Museum di Amsterdam: un viaggio esclusivo e sorprendente alla scoperta dell’artista che ha rivoluzionato il nostro modo di vedere
Il Museo Van Gogh di Amsterdam è una delle gallerie più popolari del mondo e Van Gogh è uno degli artisti più amati di tutti i tempi. Oltre che artista sorprendente, Vincent van Gogh è stato un prolifico scrittore di lettere. Per questo il film ne ripercorre i momenti rivelatori, con la partecipazione straordinaria dell’attore Jamie de Courcey a dare movenze e letture alla corrispondenza dell’artista, soprattutto nelle commuoventi ed illuminanti lettere dedicate al fratello Théo (in Italia le Lettere a Theo di Vincent van Gogh sono pubblicate da Guanda).
VINCENT VAN GOGH.
Un nuovo modo di vedere
Milano | Arcobaleno Film Center| Viale Tunisia 11 |Martedì 7 aprile h 11.00
Nel 125° anniversario della scomparsa dell’artista arriva sul grande schermo il tour cinematografico nel Van Gogh Museum di Amsterdam: un viaggio esclusivo e sorprendente alla scoperta dell’artista che ha rivoluzionato il nostro modo di vedere
Il Museo Van Gogh di Amsterdam è una delle gallerie più popolari del mondo e Van Gogh è uno degli artisti più amati di tutti i tempi. Oltre che artista sorprendente, Vincent van Gogh è stato un prolifico scrittore di lettere. Per questo il film ne ripercorre i momenti rivelatori, con la partecipazione straordinaria dell’attore Jamie de Courcey a dare movenze e letture alla corrispondenza dell’artista, soprattutto nelle commuoventi ed illuminanti lettere dedicate al fratello Théo (in Italia le Lettere a Theo di Vincent van Gogh sono pubblicate da Guanda).
“Gabrielle” film di Louise Archambault
Ilaria Guidantoni, 28 Marzo 2015
A metà tra il docufilm e il film intimistico mette a nudo la difficoltà e la voglia, ad un tempo, di amore tra due ragazzi con un handicap, la loro contagiosa voglia di vivere, di ridere di nulla e allo stesso tempo la richiesta di normalità e di essere rispettati nel diritto a scegliere. Il film – che a tratti sembra non aver fatto una scelta precisa nello stile – mette a nudo anche i cosiddetti “normali”, la difficoltà di essere genitore in particolare. Duro e tenero ad un tempo, è un inno ai sentimenti, al desiderio di sognare. Ancora un film sul potere della musica di superare le barriere. Molto credibili le interpretazioni.
Il film canadese, molto applaudito dal pubblico, emoziona e i suoi oltre cento minuti di lentezza, al ritmo di un gruppo di ragazzi con vari problemi di salute psico-fisica, non annoia. Non è un film lento, ma dai tempi dilatatati che nei momenti di maggior emozione, intensità, nell’intimità cercata e rubata tra i due protagonisti crea una sospensione, mentre la musica si dissolve fino ad una sensazione ovattata di fondo. E’ un film che va dritto ad un tema sociale delicato e in fondo senza soluzione. Qualsiasi sia la nostra opinione, non appena pronunciata, non può che sembrarci inadeguata perché emerge la lacerazione tra la responsabilità di protezione di persone deboli e il loro bisogno di libertà.
Gabrielle ha vent’anni ed è affetta dalla sindrome di Williams; proveniente da una famiglia di musicisti è lei ad avere la vera dote musicale. Il padre è inesistente, la mamma una donna assorbita dal lavoro che ha consegnato Gabrielle ad un centro sperando che sia felice e non intralci la sua vita ché lei non sarebbe in grado di occuparsene; mentre è la sorella Sophie ad occuparsene e, forse comprensibilmente, a non volere figli. Il “male” di Gabrielle sembra limitare la vita della sorella, costringendola, grazie anche allo stimolo che le offre il fidanzato, a riflettere sulla paura nascosta dietro la responsabilità. Come uno strumento inconsapevole della maieutica Gabrielle consente alla sorella di fare la propria scelta e di partire, per l’India e mettendo la madre di fronte al proprio dovere. Gabrielle, animata da una voglia di vivere contagiosa, si innamora di un ragazzo come lei, Martin, che la ricambia teneramente e la desidera ma, più fragile, viene schiacciato da una madre iperprotettiva che gli impedisce di vivere il proprio sentimento, spaventata dal fatto che anche le persone “malate” possano vivere liberamente la propria sensualità.
La recensione integrale su Saltinaria.it
A metà tra il docufilm e il film intimistico mette a nudo la difficoltà e la voglia, ad un tempo, di amore tra due ragazzi con un handicap, la loro contagiosa voglia di vivere, di ridere di nulla e allo stesso tempo la richiesta di normalità e di essere rispettati nel diritto a scegliere. Il film – che a tratti sembra non aver fatto una scelta precisa nello stile – mette a nudo anche i cosiddetti “normali”, la difficoltà di essere genitore in particolare. Duro e tenero ad un tempo, è un inno ai sentimenti, al desiderio di sognare. Ancora un film sul potere della musica di superare le barriere. Molto credibili le interpretazioni.
Il film canadese, molto applaudito dal pubblico, emoziona e i suoi oltre cento minuti di lentezza, al ritmo di un gruppo di ragazzi con vari problemi di salute psico-fisica, non annoia. Non è un film lento, ma dai tempi dilatatati che nei momenti di maggior emozione, intensità, nell’intimità cercata e rubata tra i due protagonisti crea una sospensione, mentre la musica si dissolve fino ad una sensazione ovattata di fondo. E’ un film che va dritto ad un tema sociale delicato e in fondo senza soluzione. Qualsiasi sia la nostra opinione, non appena pronunciata, non può che sembrarci inadeguata perché emerge la lacerazione tra la responsabilità di protezione di persone deboli e il loro bisogno di libertà.
Gabrielle ha vent’anni ed è affetta dalla sindrome di Williams; proveniente da una famiglia di musicisti è lei ad avere la vera dote musicale. Il padre è inesistente, la mamma una donna assorbita dal lavoro che ha consegnato Gabrielle ad un centro sperando che sia felice e non intralci la sua vita ché lei non sarebbe in grado di occuparsene; mentre è la sorella Sophie ad occuparsene e, forse comprensibilmente, a non volere figli. Il “male” di Gabrielle sembra limitare la vita della sorella, costringendola, grazie anche allo stimolo che le offre il fidanzato, a riflettere sulla paura nascosta dietro la responsabilità. Come uno strumento inconsapevole della maieutica Gabrielle consente alla sorella di fare la propria scelta e di partire, per l’India e mettendo la madre di fronte al proprio dovere. Gabrielle, animata da una voglia di vivere contagiosa, si innamora di un ragazzo come lei, Martin, che la ricambia teneramente e la desidera ma, più fragile, viene schiacciato da una madre iperprotettiva che gli impedisce di vivere il proprio sentimento, spaventata dal fatto che anche le persone “malate” possano vivere liberamente la propria sensualità.
La recensione integrale su Saltinaria.it
Iscriviti a:
Post (Atom)






